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Lo
scandalo dello scrittore che si pubblica da solo
La
trilogia di Sergio Astrologo, un'avventura letteraria che rivela
un vero scrittore
Elena
De Angeli
Quanti
romanzi avete letto in vita vostra? lo alcune migliaia, a occhio
e croce. E di questi, moltissimi non saranno mai letti da nessun
altro, per la semplice ragione che non sono mai stati pubblicati.
Ma di mestiere io faccio l'editor, ovvero il vaso collettore di
infinite ambizioni letterarie, per la maggior parte ‑ ahimè
- mal riposte o sbagliate.
Certo,
ci sono i grandi, i grandissimi: e con molti ho lavorato e lavoro.
Ma il piacere della scoperta è impareggiabile - ed estremamente
raro.
Del
resto, non posso rivendicare quella che mi appresto a raccontarvi
come una mia scoperta in assoluto: ma si è trattato comunque di
una delle esperienze più sorprendenti forse la più sorprendente
di tutte, almeno sino ad ora - di una carriera lunga e, come si
suoi dire, densa di emozioni. Dunque, nel 1995 il Premio Assisi
viene assegnato, per la sezione inediti, a un romanzo intitolato
Gli occhi colore del tempo, in seguito insignito
anche dei Premio Pirandello, dei Prix du premier roman e dei Selezione
Bancarella (e già questo non è che capiti tutti i giorni). L'autore
«vive e lavora a Torino», come recita la formula di rito, e si chiama
Sergio Astrologo. Primo sussulto: perché i riflettori della memoria
si accendono d'un lampo sui corridoi dei liceo Gioberti, anno di
grazia... (preferisco non dirlo), e illuminano una figura alta e
sottile, di una naturale eleganza allora inconsueta, e due lunghi
occhi verdi dallo sguardo ombroso, di quelli che ti inseguono nel
ricordo.
Leggi
il libro, e scopri che è bello, molto bello. Racconta la storia
di un ebreo nato a Torino intorno al 1870 ‑ un ebreo anomalo,
non vittima ma guerriero, guerriero per il suo Dio, che sfida il
proprio corpo irrobustendolo con l'esercizio fisico e la propria
anima armandola contro le regole, le convenzioni, l'educato grigiore
dei mondo che lo circonda. E intorno ritrovi, proiettata in un tempo
remoto che sulla pagina si fa prodigiosamente presente, la città
che conosci, uguale ma altra, con le carrozze e le osterie e i lavatoi
e le donne luce e le donne‑ombra, e con la tragicità e il
mistero di una dimensione metafisica lontanissima dallo stereotipo
insopportabile della «Torino nera».
Poi
il mestiere - fortunato mestiere - ti porta a incontrare, professionalmente,
l'autore: il quale è rimasto quello che era, con quel tanto di malinconia
in più che la vita non ci risparmia, e che soprattutto (ti ha cercata
per questo) ha un progetto. E che progetto.
Sergio
Astrologo è nato in Africa orientale, all'Asmara, nel 1940. 1 suoi
genitori, vivi e bellissimi, sono rimasti intrappolati lì, dalle
leggi razziali prima, dalla guerra poi. Lo hanno riportato in Italia
‑ senza grande entusiasmo da parte sua, come avranno modo
di constatare i suoi lettori - nel 1946, e da allora è sempre vissuto
a Torino, dove, dopo un itinerario scolastico lungo e a dir poco
avventuroso, si è dedicato all'insegnamento (con una vocazione naturale
alle sedi più disagiate)
e, per non smentire la tradizione di famiglia, ha sposato una donna
bellissima e ha avuto due figli bellissimi. Una sconsiderata inclinazione
bucolica (ricordo della vecchia casa di famiglia evocata nel primo
romanzo?) lo ha portato a vivere in collina, dove pare si eserciti
talora in inopinate attività agresti.
Tutto
dunque, almeno a prima vista, molto normale. Ma in questa normalità
di superficie la scrittura esplode con la carica dirompente ‑
ma sì, rimaniamo in tema con un'evocazione africana -di una pallottola
dum-dum.
Perché,
nel progetto di Astrologo, quel primo strepitoso romanzo non è che
il capitolo iniziale di una complessa, elaborata, affascinante trilogia,
felicemente (e incredibilmente) portata a compimento e giunta a
me, appunto, felicemente (e incredibilmente) compiuta.
Perché,
si chiederà il lettore, «incredibilmente»? Perché siamo pieni -
io ne conosco tanti - di ragionieri della scrittura. Precisi, determinati,
a orario d'ufficio. E invece Astrologo è un pasticcione, uno che
scrive (come faceva Volponi, dei resto) sui primo foglio di carta
che gli capita tra le mani, uno che dimentica gli appuntamenti,
perde tutto quello che ha in tasca, mangia e dorme (troppo o troppo
poco, senza mezze misure) quando capita... Come abbia fatto a condurre
a termine, e a un così alto livello, la sua impresa letteraria,
non lo sapremo mai.
O
meglio, io (almeno io) lo so benissimo. Perché nei tre libri di
Astrologo (dopo il primo già ricordato, Per
me la vita e Premiata
Gelateria Fratelli Prezzavento) c'è tutta la «necessità»,
e quindi la serietà, l'impegno, la dedizione, di chi ha davvero
qualcosa da dire, e un'autentica, innata vocazione a dirlo in forma
narrativa, a «raccontarlo» agli altri, a noi. Perché, insomma, Astrologo
è scrittore. E scrittore di razza. Il che comporta subito, a scanso
di ogni equivoco, la risposta alla domanda più vieta e irritante,
e insieme più inevitabile: sono autobiografici i tre romanzi di
Astrologo? Togliamoci il pensiero: sì e no. Sì perché non esiste
romanzo che non lo sia, dalla Divina commedia all'Ulisse; no perché
sono, appunto, romanzi.
Il
secondo racconta la storia di una delle figlie di Enrico Vitta,
il vecchio ebreo che abbiamo conosciuto negli Occhi: è la vicenda
per molti versi «scandalosa», ma essenzialmente difficile e amara,
scomoda e ai tempo stesso poetica e antiretorica, di una donna sbagliata,
che sul finire degli anni '30 compie le proprie scelte di vita e
d'amore con opportunismo cieco, nel segno dei tempi, arrivando a
rifiutare la propria fede e la propria razza in una disperata e
cinica rincorsa al benessere, alla sicurezza, al primato.
La
vediamo, in un viaggio della memoria, ripercorrere le vie di Torino
che sono il suo passato ‑ i cinematografi frequentati da bambina,
la sala danze Gay, la Merveilleuse, la vecchia osteria di Stupinigi,
la garconnière dei primo incontro ‑, nella ricerca di una
se stessa irrecuperabile, respinta, negata e insieme sottilmente
rimpianta. Alla fine, la ritroviamo al porto di Napoli, nei 1946,
ad accogliere controvoglia, reduci dall'Africa, la sorella e il
cognato con il loro bambino Emanuele.
Ed
è appunto Emanuele, déraciné
confusionario e maldestro (sì, parecchio simile all'autore, in effetti),
tanto da sembrare davvero, come vuole la finzione, caduto sulla
terra da un altro pianeta, il protagonista e io narrante dei terzo
romanzo. Lo conosciamo, nei suoi primi anni di vita, nel meraviglioso
«posto Africa», dal quale verrà sradicato per quel misterioso e
sconnesso «posto Italia» che significativamente dà il titolo alla
trilogia, e quindi scaraventato in una città chiamata Torino, dove
tutto è grigio e dove finirà per ingrigire anche lui. Ancora una
volta, i luoghi sono protagonisti: l'Africa, appunto, e la scoperta
stupefatta e ardente dei mare; a Torino, la visione lunare della
prima neve, così diversa dalle descrizioni ascoltate nell'infanzia
tropicale; e poi le valli valdesi, con la loro ospitalità ruvida,
frammista di rigore e di tolleranza... È, questo libro, una cavalcata
esilarante e tragica attraverso le vicende degli ultimi cinquant'anni,
dal '68 a tangentopoli, dal terrorismo agli intrallazzi agli scandali
del nostro disperante quotidiano, trasfigurate in un grande burlesque, in un macabro girotondo delle
nostre illusioni e disillusioni, dagli occhi di un moderno Candide,
che nel suo cielo sempre più incolore vede brillare unica, luminosa
stella - il ricordo dei Grande Torino e della prodigiosa rovesciata
di Maroso.
Un'avventura
letteraria, dunque, originale, attualissima e dei tutto inconsueta,
in questi tempi grami: nonché, da parte dell’autore, una scelta
- non artistica, questa, bensì etica nel pieno senso dei termine
- coraggiosa e decisamente controcorrente. Perché, e nessuno lo
sa meglio di chi scrive oggi pubblicare significa, non sempre ma
quasi, sottostare alle leggi dell'editoria: che sono ormai, con
rarissime eccezioni, leggi di puro mercato, spesso ciniche e talvolta
perverse. A queste leggi Astrologo non ha voluto piegarsi (certo,
qualcuno gli ha dato e continua a dargli dei pazzo il che non fa
se non aggiungere divertimento alla sfida): ha rifiutato offerte
lusinghiere che però imponevano compromessi, e ha salvaguardato
l'unità, la qualità, la rispettabilità della sua opera, pubblicandosi
da sé. I suoi libri - che mi auguro abbiano molta fortuna, anche
per l'importante segno che questo potrebbe rappresentare - sono
reperibili in numerose librerie di Torino e dei Piemonte, oppure
presso lo stampatore: Grafica Santhiatese, corso Nuova Italia 15/8,
13048 Santhià (Vc), e‑mail gseclitrice@mail.labinf.it, telefono
e fax 0161.94287.
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