BIOGRAFIA RECENSIONI
PROGETTI NOVITA'
STAMPA LEGGIMI
CONTATTI LINK
HOME

L'EBREO ERRANTE LUNGO IL PO

TORINO

L’ANTICHISSIMO spettro come Roth chiamava l'ebreo, brinda alla vita in Gli occhi colore del tempo, premio Assisi 1995 sezione inediti. Una storia torinese e metafisica, metafisica perché torinese, il romanzo d’esordio che Sergio Astrologo covava fin dall'infanzia. Il cognome, diffusissimo nella comunità romana, non inganni: «Mio padre era milanese, un rappresentante, mia madre nacque qui, in riva al Po. Una donna di assoluta pigrizia, fra le figure ospitate da Natalia Ginzburg nel salotto cloroformizzato di Lessico familiare».
Astrologo, nella subalpina campana di vetro, identifica la parabola del nonno materno, Enrico Vitta. Sulla pagina, liberamente la sgomitola, optando per una lingua ai cinque sensi, colma di odori, di suoni, di sapori, tattile, scenografica. Da quando le paure salivano, cercavo rifugio nella mia cameretta, ritrovavo la calma fissando il ritratto dell'avventuroso signore che non avevo conosciuto. Fu il suo Salgari, il suo Sandokan, il suo praho quel «monsù». Un'eco via via sempre più nitida, a mano a mano che il bambino cresceva, che trovava il sentiero per salire dalla natale Asmara alla Mole.
Cinquantaseienne, laurea in scienze politiche al «Cesare Alfieri di Firenze, già insegnante nelle nostrane scuole medie di "guerra", dalla Falchera a via Artom», già direttore di «Democrazia e socialismo», la rivista «che radunava l'ala migliorista del pci», insofferente di qualsivoglia camaleontismo, nemico di tutti gli Zelig, un figlio di Sera e di Abramo laico, epperò sensibilissimo alle fonti, alla nobiltà, alle patenti lì custodite. Un albero genealogico di cui Sergio Astrologo onora, coltiva, difende il ramo bastiancontrario Enrico Vitta.
Torino, dal primo Novecento agli Anni Quaranta. Un mondo «dove il brutto spesso era il bello e il bello talvolta non sollecitava né l'anima, né il cuore né, tanto meno, faceva drizzare il muscolo dell'amore». La vicenda di un «selvaggio», renitente a ogni disciplina. Ricco, ricchissimo, con possedimenti da Rivoli a Moncalieri, da Settimo a Collegno. Incollato al velocipede. Votato alle femmine, lavandaie o dame di casino, dove goffamente debuttò vestito da Kippur, o fragoline (le figlie dei contadini che gli venivano offerte per ottenere un prestito o chiudere un occhio, o due, sui debiti) o moglie e figlie, tre, neanche un carattere in comune.
Mai domo, mai  nel tra tran borghese, Enrico Vitta, non riconosciuto né dal suo ceto, né dal suoi correligionari», interprete di una, solitudine impavída, avvitato al dovere, lui ebreo errante, di cercare «le radici della vita là dove essa realmente scorre». I bordelli certo, e le pìole, e i mercati. e il fiume, e le celle pazze. Il «feuilleton di Sergio Astrologo è una festa mobile, un caleidoscopio di visioni che allontanano dal qui e ora, che sospingono inesorabilmente verso un altrove, l'altrove.
Gli occhi colore del tempo si inumidiscono brillano, saettano ira e tenerezza di allegoria in allegoria, un fiotto di allegorie. «Sono le scintille, i simboli, le allusive immagini sprigionate · avverte l'autore· dal leitmotiv che scandisce il bizzarro destino: la coscienza dell'appartenenza e, insieme. l'impossibilità dell'appartenenza». E' l’angoscia e, insieme, la soavità dell'Attesa, la disfatta e l'apoteosi. 
Non a caso i due momenti vanno in scena a Torino, città dove «la vita in definitiva sta fuori dalle file», «patria degli esiliati», «una finzione, una città che non esiste», un pianeta estatico e fermo. come ben sapeva Casorati, un luogo, come non sfuggì a Pavese, dove può succedere di «aspettare qualcosa di grosso, l'Apocalissi».
La speranza è testimoniata dalla strana, anarchica congrega (il prete spretato, il giocatore di biliardo, il professor Tuca, il bancarellaio Liber, d'indole ceronettiana, lo stesso Vitta) che vede le strade spostarsi «irresistibilmente verso Gerusalemme obbedendo alla loro naturale disposizione che le spinge con forza irresistibile a congiungersi a quelle della città di Dio».
La disfatta è rappresentata dal raggiro che soffoca il pur astuto Vitta. Artefice l'ingegner Katapan che gli fa credere di aver inventato il moto perpetuo, «una macchina collettrice simile nelle funzioni a Dio», mossa dal «soffio vitale».
Disfatta o approssimazione alla Verità, alla Venuta? Magari Vitta sprofondò nella trappola di Katapan - intenerendo Dio - avendo negli orecchi i detti del mistico Schneur Zalman: «Tutte le cose create, e tutti gli esseri, devono considerami un nulla e niente assoluto rispetto alla forza di Colui che agisce e al soffio della sua bocca che è  neIl’oggetto dell'azione». Dio che si serve di un baro. Perché non potrebbe essere? Dio · come l'ebreo errante lesse da qualche parte · non esiste forse perché è assurdo? Negli occhi orientaleggianti, tartari, di Sergio Astrologo, scorre l'augurio o lo scherzo che suggella l'intrepido copione del nonno: «Lechaim», alla vita!

Bruno Quaranta