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TRA NEBBIE, BILIARDI E SINAGOGHE IL TEOLOGO VEDE RIDERE DIO

Il caso di un romanziere che, non trovando editore, decide di pubblicarsi da sé: un viaggio della memoria che conduce dall'Africa a Torino

Quando tre anni fa Sergio Astrologo, torinese ora cinquantanovenne, nato all'Asmara da famiglia torinese e torinese di ritorno fin dall'età di sei anni, pubblicò da Marietti «Gli occhi colore del tempo» se ne parlò come di un libro a sé. Ora si scopre che Astrologo con quel suo primo titolo aveva messo in movimento un'impresa narrativa non dissimile dalle macchine fantastiche dì cui favoleggiano le menti dei suoi irregolari: la «macchina orientatrice» che impedisce di perdersi, il «macromatografo  poietico» che produce colori, «il Prallo» che cambia rutti e scorregge in musica classica e in essenze profumate.
Uno è dunque diventato tre e la trilogia «Il posto Italia» (I.«Occhi colore del tempo», II.«Per me la vita», III.«Premiata Gelateria Fratelli Prezzavento») esce ora sotto la sigla sicuramente onesta ma non proprio illustre di Roberto Brambilla «editore in Santhià», che è come dire: "Mi pubblico da me". Vista l'indisponibilità degli editori di nome ad assecondare avventure inclassificabili come questa, scritte ‑ salvo la sovrabbondanza e un po' anche l'umorismo- all'insegna di un Juan Rodolfo Wilcock diviso tra sinagoghe di iconoclasti e stereoscopi di solitari.
Di sinagoghe, di iconoclasti e di solitari, infatti, molto si parla nella trilogia di Astrologo. In una storia che da nonno a nipote lega tre generazioni dì una. famiglia ebrea, risalendo per i rami di un'ereditarietà sghemba e visionaria, lo scrittore torinese compone un affresco a tratti suggestivo, che ha l'unico torto, per dirla nei modi paradossali del suo alter ego Emanuele Oroscopo, di patire della paura di essere «troppo breve, troppo conciso».
Tre libri che si reggono su tre diversi protagonisti, intorno a cui si muove una folla di comprimari e di comparse che vanno dallo scorcio del secolo scorso agli Anni Sessanta del nostro, da un collegio della Nuova Italia all'occupazione dì Palazzo Campana. Attraverso molti andirivieni temporali e molti spostamenti del punto di vista (gli stessi eventi guardati con occhi diversi), il gioco della memoria si dipana per grandi blocchi.
Nel primo libro («Occhi colore del tempo») a campeggiare è la figura del nonno Enrico Vitta, un ricco possidente dalla forza strepitosa e dagli appetiti onnivori, un uomo alla ricerca della vita che sta fuori dalle file, un eroe randagio che vede le strade di Torino spostarsi irresistibilmente «verso Gerusalemme», un, teologo strambo e molesto attratto da un Dio ridanciano e soprattutto un grande amatore, un vorace femminiere che vive l'amore di volta involta come una festa, come un'avventura, come un riscatto da pretendere, come uno strappo o una ferita da sanare. Salvo accorgersi che la donna da cui è scelto per la vita sfugge continuamente al suo bisogno di vincerne il segreto.
Nel secondo libro («per me la vita») è soprattutto il personaggio di mezzo della figlia Rita, secondogenita di tre, a fare i conti con una memoria greve come un peso irrimediabile: la madre Caterina, morta pazza al manicomio di via Giulio, la  scuola ebraica, le sfide estreme, la partenza della sorella Gigliola per l'Africa, il trasferimento a Roma, il marito, gli amanti, il ritorno infastidito e frettoloso a Torino, giusto in tempo per assistere alla morte del padre e per disporne la sepoltura. Rita è il personaggio più doloroso del libro di Astrologo, quello che fa i conti più duri e impietosi con il suo passato, con le figure del suo immaginario infantile, con il padre vissuto come un padrone capriccioso che solo il tradimento può in qualche modo redimere.
Nel terzo libro («Premiata Gelateria  Fratelli Prezzavento») è il nipote Emanuele Oroscopo, il figlio di Gigliola, a tradurre nei modi del comico il senso, di un legame che affiora da profondità carsiche Nelle sue inettitudini, nelle sue goffaggini, nelle sue fantasticherie compaiono a tratti i segni di un'anarchia di vita legata ad un fitto gioco di affinità irrecusabili. Anche se nel parlare del personaggio più prossimo al suo io Astrologo  avrebbe dovuto tendere ad una concentrazione maggiore.
Su una lievissima trama storica (mai riferimenti se non allusivi ad eventi politico‑sociali), è lo scenario di una Torino frugata in ogni direzione a costituire con le poche eccezioni di un'Africa coloniale e di una Pavia studentesca, uno spazio di sfaccettata suggestione emotiva. Tra nebbie e grigiori, tra casini e biliardo, tra piole e caffè, tra sale danze e imbarca­deri, tra «italianpiemontese» e «piemontesitaliano», tra quartieri popolari e fughe di sobborghi, tra passione granata e altre passioni rivivono gli umori di una città odiosamata come avrebbe detto Alfieri, capace di spezzare la rigida geometria delle sue strade in improvvisi scarti di passo, di trasformare la serietà della vita nello scoppio della risata più burlesca e trasgressiva. Una trilogia, quella di Sergio Astrologo, che con il sacrificio di qualche taglio avrebbe meritato - oroscopo a parte - una sorte editoriale decisamente migliore.

Giovanni Tesio