PASSIONI
Una vita in provincia, tante passioni, troppe - teatro, libri, cinema e soprattutto musica - e poi dopo l'università la volontà e la necessità di lavorare. Così inizio come aiuto operatore in una televisione privata di Torino, e nel tempo libero mi butto a realizzare le mie idee: concerti, spettacoli, cortometraggi, documentari.
Per fare documentari non servono attori, costumi, scenografie, si usano mezzi tecnici leggeri, ma soprattutto si può sperimentare una grande libertà formale, e allo stesso tempo si affronta la realtà con immediatezza, si raccontano storie vere, con persone vere. È appassionante. Orizzonti di gloria (1985), realizzato con Luca Pastore, nasce da questa alchimia provinciale e racconta di giovani muscisti dilettanti della cintura di Torino, con una passione disperata per la musica e con la coscienza dei loro limiti, con la consapevolezza che mai diventeranno famosi.
DOPPIO LAVORO
Nella televisione privata di Torino ho imparato a montare, cosa che poi a Roma, dal 1991, è diventata la mia professione. Dal montaggio e dal lavoro con i registi - moltissimo devo a Guido Chiesa - ho imparato tanto, e altro l'ho imparato un po' per volta nella vita. Ho sempre fatto questo doppio lavoro: il montaggio come professione per guadagnare da vivere, e i documentari quando qualche tema mi stava particolarmente a cuore.
Tempi moderni. CCCP - Fedeli alla linea (1989) nasce ancora una volta dalla passione per la musica, ed è l'unico documentario esistente sullo storico gruppo di Reggio Emilia. In quel film c'è una frase di Giovanni Ferretti che mi è rimasta in mente: "Tu non devi vivere in una situazione che ti aiuta a tirare fuori tutto il possibile di quello che hai dentro. Tu devi vivere in una situazione che ti obbliga a tirare fuori solo quello che assolutamente deve venire fuori." Il doppio lavoro per me è stato proprio questo: una situazione che mi ha obbligato a tirare fuori solo quello che assolutamente doveva venire fuori. Per ora, un pugno di documentari. Non è molto, è faticoso, ma ho avuto una grande libertà.
Passano i soldati (2001), che racconta una vicenda storica nota (la Ritirata di Russia nella Seconda guerra mondiale) attraverso l'angolatura particolare del rapporto fra un figlio e un padre, ha goduto di questa libertà, e forse ne è stato penalizzato dal punto di vista della distribuzione ed economico. Non importa, del resto è un doppio lavoro.
PARADOSSI
Ho sempre lavorato con budget molto limitati, resi possibili dalle tecnologie digitali, flessibili ed economiche, e grazie alla collaborazione preziosa di alcuni amici e colleghi e alla fiducia di alcune produzioni: a tutti va la mia gratitudine.
Questa situazione non è esente da paradossi: la democrazia del fare, resa possibile dall'abbattimento dei costi di produzione, permette a tutti di cimentarsi con la realizzazione di opere, e questo provoca un proliferare di produzioni di diseguale qualità. Ma a prescindere dalla qualità, la quantità di per sé produce effetti di saturazione, genera un rumore di fondo in cui è difficile per un'opera emergere e raggiungere una diffusione. Naturalmente, la resa dei conti di tutto il processo produttivo del documentario è la distribuzione.
Contro il disinteresse della televisione nazionale e della grande distribuzione, e contro la tendenza dei canali satellitari alla standardizzazione dei formati e a una certa omologazione e semplificazione del linguaggio filmico, vedo la battaglia condotta da rassegne e festival dedicati al documentario, da circuiti di distribuzione in sala (come Documè, che distribuisce alcuni miei documentari) e di vendita nel web. Sono tutte occasioni preziose di diffusione del documentario, ma purtroppo dal punto di vista economico queste occasioni producono profitti quasi sempre irrisori, e dunque il problema resta aperto e doloroso: come trovare i fondi per sviluppare progetti in assenza di una distribuzione, di un mercato?
Ho fatto sopra l'elogio del doppio lavoro e del basso budget, che però non sono soluzioni, sono pazzie da innamorati. Uso improprio (2008) non sarebbe esistito senza l'apporto di Alberto Masi, coautore del film, e senza il sostegno della Vivo film, che ha creduto nel film anche in mancanza di garanzie di rientro economico: ma ci sono voluti notevoli sforzi per arrivare in fondo, e col passare degli anni subentra la fatica. Documentario, amore esasperante!
VERITÀ-CINEMA
Il documentario si assume il compito di mettere in scena la realtà, dunque si assume una grande responsabilità. Le persone che vengono riprese non sono attori che interpretano una parte, sono persone reali che si offrono all'obbiettivo senza mediazioni. Con una scelta istintiva ancor prima che meditata, sono sempre entrato in contatto con le persone attraverso una lunga preparazione, con incontri preliminari senza microfoni e telecamere. Non ho mai voluto (e non ne sarei capace) entrare nelle situazioni senza preparazione, nella pretesa di cogliere cosiddetti attimi di verità. Nei miei documentari mi piace stabilire chiaramente che quello che si sta vedendo è una ricostruzione, una messa in scena della realtà. I protagonisti sono esplicitamente intervistati, parlano alla telecamera e allo spettatore. Spesso il montaggio mostra con evidenza i tagli effettuati alle parole degli intervistati. Le immagini sono curate, le inquadrature sono costruite deliberatamente, non sono girate per sembrare naturali, anche se mostrano la realtà. Si tratta di fare un patto chiaro con lo spettatore, si tratta di ricordare costantemente che un documentario - anche se pretende di registrare fedelmente la realtà - è sempre e comunque un'interpretazione della realtà.
DENTRO AGLI ARGOMENTI
Nei lavori che ho fatto c'è sempre stato, in un modo o nell'altro, un coinvolgimento profondo e diretto con l'argomento che trattavo. Questo è evidente in Passano i soldati, che racconta una mia storia familiare. Ma anche in Al momento giusto. Scuola popolare di musica di Testaccio (2005), ritratto di una storica scuola di musica di Roma, c'erano diversi aspetti che mi toccavano da vicino, e che mi hanno spinto a fare il documentario: di nuovo la musica, ma questa volta con l'accento sulla gioia che la musica procura, nell'ascoltarla e soprattutto nel suonarla.
Un forte coinvolgimento personale è presente anche in Uso improprio (2008), narrazione in prima persona dell'incontro - dovuto a ragioni del tutto personali e non politiche (la necessità di fare un po' di sport) - con un centro sociale occupato di Roma. È il racconto di un uomo che esce di casa e che si ritrova proiettato in eventi inaspettati e purtroppo anche drammatici.
Non mi sono interrogato più di tanto sulla scelta di narrare in prima persona, mettendomi fisicamente dentro Passano i soldati e Uso improprio: è stata una scelta obbligata, nel bene e nel male, non se ne poteva fare a meno per la natura stessa dei due racconti. Nei prossimi lavori - se ce ne saranno - difficilmente ripeterò l'esperienza del racconto in prima persona, ma sono sicuro che la scelta dell'argomento rimarrà sempre legata a qualche profondo coinvolgimento personale. Diversamente, non saprei mettere forza nel racconto. E la forza del racconto è tanto importante quanto l'argomento: riuscire a condurre lo spettatore attraverso temi e realtà magari del tutto estranei ai suoi interessi e alla sua sensibilità è una sfida appassionante.
Consegnare qualcosa di inatteso, di emozionante, illuminare zone in ombra della realtà, scoprire qualche inaspettata relazione fra le cose. Sapendo che l'attenzione dello spettatore non è dovuta, va meritata.
ATTRITO
"Che si avverino i loro desideri. Che possano crederci. E che possano ridere delle loro passioni. Infatti ciò che chiamiamo passione in realtà non è energia spirituale, ma solo attrito fra l'animo e il mondo esterno." Ultimamente, penso spesso a questa frase del film Stalker di Andrej Tarkovskij. Sono partito dalle passioni, comincio ora ad accorgermi dell'attrito?
Articolo pubblicato in "Quaderni del CSCI". Rivista annuale di cinema italiano, 2008/4

Peter Bogdanovich: Ti diverti a montare?
Orson Welles: E' come scrivere, un lavoro solitario. Bisogna essere capaci di sgobbare, sgobbare e sgobbare, dieci ore al giorno, tutti i giorni, un mese dopo l'altro.
P.B.: Lavori d'istinto quando monti, vero? La scelta del fotogramma esatto.
O.W.: E' senso del ritmo, tutto lì. La vera forma di un film è musicale.
P.B.: E non si può insegnare.
O.W.: Si può insegnare fino a un certo punto. Se mai cercassi di insegnare a fare cinema, terrei la maggior parte dei miei corsi intorno a una moviola.
Orson Welles, Peter Bogdanovich, Io, Orson Welles, Baldini & Castoldi

All work and no play makes Jack a dull boy.
Jack Torrance


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